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Domenica, 12 Ottobre 2008

 
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A due passi dall'Etna

Da Fiumefreddo è possibile raggiungere con l’auto le rinomate stazioni sciistiche del versante orientale (Linguaglossa) e occidentale (Nicolosi, Zafferana Etnea) del cratere che distano circa mezz’ora.

 
 Un mare da sogno...

Il mare Jonio in questa parte della riviera è di incomparabile bellezza.
Qui sfocia il fiume Fiumefreddo che vede la luce nell'omonima Riserva Naturale.
La presenza del fiume rende le acque di questo mare fresche, incontaminate e sempre balneabili.

 

 
Il Castello degli schiavi


La leggenda : Ogni castello che si rispetti possiede almeno una leggenda ed anche il Castello degli Schiavi non viene meno a questa buona tradizione. Si narra che, un due secoli addietro, un valente medico palermitano, certo Gaetano Palmieri, abbia salvato da gravissima malattia il figlio del Principe di Palagonia, il Gravina-Crujllas, e che questi, riconoscente, gli abbia donato un appezzamento del suo feudo, quello vicino al fiume Fiumefreddo. Il Palmieri volle costruirvi una villa munita, per abitarla per lunghi periodi dell'anno, anche perchè quel luogo era gradito alla sua avvenente moglie, Rosalia, che amoreggiava con un certo Nello Corvaja di Taormina. Un dì, alla marina, sbarcarono alcuni pirati ottomani, i quali si diedero al saccheggio e, raggiunto il Castello, rapirono i due propietari. Mentre musulmani e cristiani stavano per arrivare alla spiaggia, ecco che, armati, si fecero loro incontro dei giovani, alla cui testa era il Corvaja (che dall'alto di Taormina aveva visto approdare le tristi galere) : i pirati furono uccisi o messi in fuga e i Palmieri liberati. Per ringraziare Iddio, fu eretta la chiesetta, accanto al Castello, dedicata alla Madonna della Sacra Lettera e fu costruita la loggia nella quale furono poste le due statue di musulmani, che guardano ansiosi verso il mare, come in attesa di essere liberati dai loro compagni. Per la presenza di queste due statue di mori (in siciliano, anche, "schiavi") la leggenda vuole che il Castello sia stato denominato "degli Schiavi".
 

Un cancello di ferro è l'ingresso, sopra un arco di pietra lavica chiuso da un mascherone dal viso arrabbiato, sormontato da una conchiglia consueta nel barocco catanese migliore di quel periodo. L'arco poggia su due false mensole che stanno come a sorreggere i due laterali lavici del portale.Tutto il portale alterna rettangoli spianati (con una linea chiusa incavata per tutto il perimetro, posta all'interno di questo di 2,5 cm.) con altrettanti aventi una piramide, atipica al vertice, in rialzo. I laterali poggiano su due false basi. La linea del murato laterale al portale ricorda tanti ingressi di fattorie di quella splendida Andalusia del '600. Sul murato, ancora i cappi di pietra lavica, dove, un tempo, venivano legati le cavalcature.

Gli interni : Il piano inferiore fa tutt'uno con lo scantinato. Non sembra esserci traccia di palmento; d'altronde la vite non doveva essere (come non è) una caratterizzante pianta di quel fondo, piuttosto gli agrumi. Era ed è un frigido ripostiglio per tenere a buona conservazione cibi e vini. Vi si deve scendere con torcia infuocata quando il buio della notte diventa padrone degli occhi dell'uomo. Le otto stanze del piano superiore abbagliano il visitatore, perchè cariche di ogni oggetto che il tempo ha accumulato, da quadri di antichi signori allo stemma dei Gravina in toson d'oro di Spagna, ad oggetti disutili nel tempo della disutile frenesia. La bandiera nostalgica con lo stemma dei Savoia nel bianco, i libri di pregio, i mobili antichi (del secolo scorso), il pianoforte non troppo remoto. Le porte bianche al sapore di nobile del '700, la pavimentazione disgraziatamente rifatta un trentennio addietro.

Mentre i prospetti settentrionale ed occidentale non meritano attenzione critica, quello meridionale completa l'armonia del già descritto orientale; d'altronde, l'osservatore, entrando per il cancello dalla strada, ha sotto gli occhi proprio questi due ultimi, mentre gli altri rimangono sempre esclusi, perchè danno sulla campagna di non dura fatica ma di alberi fitti che coprono la visuale del palazzo. Il prospetto meridionale, oltre a tre finestre (una nel piano di sotto e due in quello di sopra, queste ai lati della porta d'ingresso), del tutto simili a quelle dell'orientale, è interessante perchè presenta la scala esterna che dà alle stanze signorili del piano superiore. La scala sale, all'inizio, allineata al prospetto, per poi voltarsi in direzione della porta (in doppio movimento, il cui secondo è in allineamento col prospetto ma in direzione opposta rispetto all'allineamento di partenza), davanti alla quale si slarga in un armonioso ed invitante terrazino. La scala, stretta e con passamano in pietra lavica, ha al suo iniziare un archetto ed è preceduta da un'aiuola addossata al Castello (aiuola che prosegue anche davanti al prospetto di parata) ed è inseguita da rampicanti che donano un verde necessario ai chiaroscuri dell'insieme.

Il Castello degli Schiavi è stato in passato ma lo è tutt'oggi, il luogo in cui sono state girate scene di alcuni film : fù scoperto già nel 1968 da Pier Paolo Pasolini, che vi girò alcune parti de "L'orgia". Poi il grande balzo nella fama di tutti. Vi furono girate centrali scene de "Il Padrino" sia della parte I (1971) che della parte II (1974) e non solo.
I proprietari del Castello custodiscono infatti foto di Francis Ford Coppola che, stressato, scende di svelto la scala esterna di mezzodì; foto di Al Pacino affacciato, come signore impreziosito d'aria, dal balcone del prospetto di parata. E poi, come non citare la più ricordata scena de "Il Padrino" girata al Castello : l'auto che esplode per dinamite.
 

 

 

 

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